CENERE

 

Perchè scrivere racconti?

C'è un perché nel mettersi a scrivere? Ovviamente no! Per un dilettante come me l'unico motivo è la pressione dell'idea bizzarra che vuol venire allo scoperto; una decina d'anni di piccoli racconti scritti a tempo perso hanno infine dato origine a questo volumetto.

Sono sempre stato meravigliato dai meccanismi perfetti delle favole. Aurora ha sedici anni e non ha mai visto un uomo, ne incontra uno e questi chi è mai? Il figlio del re! Accidenti che fortuna; con tutti i contadini, guardaboschi, sfaccendati e neolaureati in cerca di prima occupazione, proprio con l'unico figlio del re si doveva incontrare. Il principe dal canto suo si trova in una situazione complementare ed altrettanto inaspettata. Passi per questo fortuito ed altamente improbabile incontro, ma che poi il primo che incontri sia proprio il principe della giusta tonalità d'azzurro, che diventerà l'ultimo della tua vita e ti farà felice, questa proprio non l'ho mai bevuta. Le cose non vanno mai così: il primo incontro non è mai quello giusto ed in fondo quello giusto non lo incontri mai ed il compagno (o la compagna) della tua vita è quello con cui giorno dopo giorno impari a condividere il destino. Insomma cosa sarebbe accaduto se il principe fosse stato pavido e poco intelligente, magari un po' bruttino? E i baci delle principesse funzionano sempre? E valgono solo per i rospi o, poniamo, anche per gli opossum o i varani di Komodo? E così discorrendo. In fondo le cose nelle favole vanno sempre bene perché è chi scrive che le fa andare così, quindi sono libero di farle andare diversamente.

In questo modo sono nati alcuni dei miei brevi racconti, in cui non troverete né morale né saggezza né alcuna indicazione sul bene e sul male. Quando scrivo, semplicemente butto un sasso dal pendio e resto a guardare quello che succede alle pietre che inarrestabilmente rotolano. Creata una situazione di partenza quindi, le cose si svolgono lungo binari disegnati dalla mia personalità riguardo a come vedo le cose o a come immagino che le cose vadano.

Nelle mie fantasie la realtà è lontana, non c'è un'ambientazione temporale definita e parto sempre alla ricerca di luoghi nuovi, in cui mai sono stato e dove mai andrò. Perfino i familiari viali bolognesi e le piazze silenziose dove ho passato gli anni dell'università, sfumano nel ricordo e mi conducono in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, popolato in un'apparenza di realtà dai personaggi eterni della mia fantasia.

Sono stato fortemente suggestionato dai fumetti francesi degli anni '70 e mentre scrivevo alcuni episodi, avevo davanti agli occhi le tavole di Moebius (Jean Giraud) e Philippe Druillett a cui si accompagnano Richard Corben e Andrea Pazienza, tutti capaci di creare straordinari ed affascinanti universi paralleli: guardate una tavola di Druillett in cui nelle architetture del Giappone medioevale i samurai con le corazze di cuoio vivono straordinarie avventure in uno spazio metafisico; un po' come la mia Bianca, che in attesa del principe riceve e-mail. I raccontini umoristici e per bambini vivono (o soffrono) di questo stesso desiderio di negazione dell'ordinario ed in ultima analisi del reale, in una transizione continua tra la science-fiction, il fantasy e la favola moraleggiante, tutte ugualmente inverosimili. Vito Moretti dice che questo metodo di avvicinamento dal traverso permette una migliore analisi della nostra realtà, delle nostre manie e dei nostri pregiudizi, mettendo a nudo l'ovvio e lo scontato per batterli sul loro terreno: la pretesa di interpretare la realtà.

Claudio Del Fuoco

 

claudiodelfuoco@tin.it